Barbarano nella Storia

Origine del Toponimo

In passato l’origine di Barbarano Vicentino è stata attribuita sia all’epoca longobarda, in base alla fusione della radice “bard” con il latino “barbarus”, sia all’età romana, portando a testimonianza il toponimo dall’onomastico “Barbius”, legato a una famiglia romana stabilitasi nel territorio, dando così vita a un primo nucleo insediativo. Oggi possiamo ritenere che l’etimologia del toponimo è certamente di origine prediale (cioè derivante, con il suffisso “–anu”, dal nome del proprietario di un fondo, nel nostro caso “Barbarius”).

Testimonianze Romane

Testimonianze Romane

A favore dell’origine romana del paese depongono le evidenze architettoniche e i reperti fittili e ceramici rinvenuti nei terreni ai piedi dei colli e nella pianura limitrofa. 
Nel 1957 fu rinvenuta, durante gli scavi per l’acquedotto in località Castello di Barbarano, a circa 80 metri di profondità, una base votiva in onore a Esculapio Augusto (I sec. D. C.) come ex-voto per una grazia ricevuta, fatta fare da un certo Publio Sertorio, il cui cognome ci è giunto incompleto. A scoprirla fu Antonio Verlato e fu donata al Museo Civico di Vicenza, dove tuttora è conservata. Esculapio è il nome latino del dio greco della medicina Asclepio, figlio, secondo la leggenda, del dio Apollo e della mortale Coronide. Questa, incinta del bambino, fu uccisa da Apollo a causa della sua infedeltà: solo all’ultimo momento il dio salvò il proprio figlio, strappandolo al grembo della madre, e lo affidò al centauro Chirone, che gli insegnò l’arte della medicina. I santuari-sanatori dedicati ad Esculapio si trovano molto spesso in località salubri, spesso presso sorgenti: qualcuno ipotizza pertanto che ci sia una correlazione fra la base votiva e la sorgente termominerale del Bagno di Barbarano.

Nel 1976, durante il restauro della parrocchiale di Barbarano a seguito di un terremoto, fu ritrovata, murata nel timpano, una stele funeraria di Fortunio forse del II secolo d.C., raffigurante un bambino e un pavone. Nell’iscrizione sono riportate le seguenti parole: Diis Manibus / Fortunio / filio karissimo / qui vixit annis III mensibus VII diebus VI / parentes piissimi / vivi fecerunt. Dopo la dedica agli dei Mani, l’iscrizione ricorda che i genitori pietosissimi costruirono da vivi il sepolcro per il carissimo figlio Fortunio, vissuto tre anni, sette mesi, sei giorni. Nell’iconografia cristiana il pavone, da simbolo della bellezza perfetta, cominciò ad indicare l’immortalità dell’anima e con tutta probabilità la stele rappresentava un voto espresso dai genitori per la prematura scomparsa del figlioletto.
Altra testimonianza romana di pregio è un’iscrizione di Caio Cartorio Menopilo e della moglie Cornelia Terza.

La Via Della Riviera Berica e Il Canale Bisatto

Il primo insediamento era ubicato sulle colline, poiché le zone più elevate erano coperte dai boschi (ideali per il pascolo, la caccia, la pesca e la legna) e quelle più basse erano paludose; il primo nucleo crebbe notevolmente dopo la costruzione di una strada, conosciuta come strada della Riviera Berica, che collegava Este a Vicenza, dove si univa alla più nota via Postumia. Molti studiosi hanno ipotizzato l’esistenza in epoca romana di una via, il cui tracciato doveva corrispondere all’incirca a quello dell’attuale strada della Rivera Berica. Confermerebbero le ipotesi numerosi rinvenimenti di tipo funerario nella fascia pedecollinare orientale, che ben si accordano con la presenza di una strada. Il tracciato doveva partire da Vicenza in direzione sud-est e affiancare, fino all’altezza di Longare e Costozza, la via fluviale dell’Astico-Retrone, importantissima per la commercializzazione della tenera pietra Berica. Il percorso pedecollinare doveva passare per gli attuali centri di Costozza, Lumignano, Castegnero, Nanto, Mossano, Barbarano, Sossano, Orgiano, per poi proseguire verso Noventa Vicentina ed Este. Non si esclude nemmeno che vi fosse un percorso fluviale che collegasse Vicenza con Este. Sappiamo con certezza che il canale fu realizzato artificialmente dai Vicentini tra il 1143 e il 1188 deviando a Longare le acque del Bacchiglione. L’opera fu attuata all’interno delle lotte fra Padova e Vicenza, lotte che iniziarono nel 1142 e che terminarono nel 1147 con la pace di Fontaniva. Due sono le interpretazioni sull’origine del nome: una deriva dal suo corso, che dopo l’antico porto di Albettone si faceva sinuoso; l’altra interpretazione sembra provenire dall’abbondanza, un tempo, di anguille nelle sue acque. Dopo il 1311, i Vicentini, liberati dalla signoria dei Carraresi, riattivarono il Bisatto aprendo le bocche a Longare, che erano state precedentemente ostruite dai Padovani. Con l’escavazione del Bisatto era così assicurata la navigazione non solo fino a Este, bensì fino a Monselice e, attraverso Pernumia, fino a Chioggia e quindi alla laguna veneta.

Dal Medioevo Al Novecento

Dal Medioevo Al Novecento

L’importanza di Barbarano è legata alla donazione del suo territorio al Vescovo di Vicenza (con l’intento di ottenere difesa contro il nemico) da parte degli imperatori Ugo (880-947) e Lotario (926 o 928- 950) di Provenza nel X secolo (926-946) e ratificata con vari diplomi imperiali di Ottone III nel 1000, di Enrico II nel 1008, di Corrado II il Salico nel 1026, di Enrico IV nel 1084, di Federico I nel 1158, di Ottone IV nel 1210 e di Federico II nel 1220. 
Al centro della “curtis” vi era il castello, sede del vescovo nei suoi peridi di permanenza e in sua assenza retto dal visconte di Barbarano. Nel castello il vescovo promulgava leggi, amministrava la giustizia, riscuoteva le tasse e concedeva investiture di feudi, sommando nella sua persona la massima autorità politica e religiosa (non vi erano superiori al vescovo oltre all’imperatore). Con diploma del 16 maggio 1026 Corrado II confermava al vescovo di Vicenza, Teobaldo, la donazione della corte di Barbarano, la cui giurisdizione andava dalla valle di Grancona alla fossa Lugana e dal Sirone di Nanto al Vanzo. 
Per tutto il Duecento Barbarano rimase feudo vescovile, fatta eccezione per la breve parentesi di conquista da parte di Ezzelino III da Romano (1194-1259) il quale, dopo aver occupato nel 1236 Vicenza, sottomise Barbarano nel 1242. Nello stesso anno (1242) e nel 1312-1313, i Padovani, in guerra con Vicenza, distrussero parzialmente il castello vescovile; nel 1338 Barbarano dovette subire un nuovo attacco per mano di Orlando de Rossi, capitano della lega fra Veneziani e Fiorentini, schierati contro gli Scaligeri. 
Datato 20 marzo 1219 è il primo documento che attesta l’esistenza del Comune di Barbarano, affiancato dal Comune di Vicenza nella lotta con l’episcopato vicentino per contendersi la giurisdizione sul territorio. 
Un documento del 1262 ci chiarisce cosa comprendeva la “curtis” di Barbarano: l’attuale territorio comunale più le regole di Villaga e Mossano; sembra rimanessero esclusi i territori di Toara e Montegnago (Belvedere), luoghi in cui più tardi governeranno i Conti Barbaran. Il castello di Barbarano, forse anche per la relativa distanza da Vicenza, rappresentò per i vescovi una sede di villeggiatura estiva da occupare in tempo di pace, mentre in tempo di guerra ad esso venivano preferiti quelli di Altavilla e di Brendola, più facilmente raggiungibili, meglio fortificati e difendibili e quindi più sicuri.

Dagli statuti del 1264 e dal Regesto dei beni del comune di Vicenza del 1262, Barbarano risulta facente parte del “Quarterio de Domo”.

Nel 1312, infine, il territorio passò sotto il dominio degli Scaligeri: questa famiglia pose Barbarano a capo di un vasto vicariato, comprendente Costozza, Toara, Mossano, Villaga, Nanto, Albettone, Castegnero, Zovencedo, Longare. Trovandosi sulla via della Riviera Berica, Barbarano ebbe spesso a subire le scorrerie dei Padovani, come ad esempio quella del 1385, ricordata da Conforto da Costozza, che causò la consueta fuga delle popolazioni a riparo dei “covoli”, ovvero le grotte naturali ampliate dallo scavo della tenera pietra Berica. Gli scontri fra i padovani Carraresi e i Veronesi Della Scala si conclusero con la vittoria dei primi nella tarda estate del 1386. 
Nel 1404 Barbarano divenne infine parte del dominio veneziano di terraferma, raddoppiando l’estensione del vicariato fino a comprendere ben diciotto comuni rurali limitrofi. 
I vicari erano scelti tra i rappresentanti di nobili famiglie vicentine (famiglie Capra, Loschi, Revese, Pagello, Schio, Thiene, Garzadori, Godi, Barbaran, Traversi, Fracanzan, Valmarana e altri ancora), a differenza di quanto era avvenuto sotto il dominio degli scaligeri, che avevano sempre imposto uomini della aristocrazia o nobiltà veronese. 
L’edificio dell’ex pretura, posto sul lato sinistro di via Vicariato, fu nei secoli passati la sede dei vicari che a Barbarano si succedettero fino alla caduta nel 1797 della Repubblica Veneta.

Qui la città di Vicenza mandava ogni anno, nel giorno dedicato a San Martino, un nobile cittadino, eletto dal Consiglio chiuso dei Centocinquanta e detto appunto “vicario”. Il vicario aveva il compito di amministrare la giustizia nelle cause civili fino alla somma di lire 10, convocava e presiedeva i consigli di Vicariato, denunciava al Magistrato della Ragione di Vicenza le persone sorprese a portare armi pericolose e collaborava con il giudice del Malefizio. L’elezione del vicario avveniva di norma nella terza domenica di dicembre, giorno in cui il Consiglio dei Centocinquanta veniva convocato dai Deputati alle Cose Utili, sotto la presidenza del Podestà o del Capitanio di Vicenza. Una lapide, ancora oggi murata nell’arco di ingresso dell’ex pretura in via Vicariato, ricorda Antonio Loschi, importante figura di umanista vicentino, che nel 1487 ricoprì appunto la carica di vicario di Barbarano.
Nel 1513 il Senato Veneto, dopo che nel 1509-11 truppe francesi, spagnole e tedesche erano transitate per Barbarano mettendo tutto a ferro e fuoco, pose sotto la protezione della Serenissima il centro berico, che in cambio restò sempre fedele alla Repubblica di Venezia. Il governo della Serenissima garantì circa quattro secoli di pace tranquilla e operosa, delegando più poteri amministrativi ai comuni del territorio vicentino. La vita nella campagna veneta rifiorì. Grazie all’opera dei periti, appositamente e prontamente inviati da Venezia a ispezionare e a impartire le direttive per ogni forma di intervento sul territorio, vennero arginati i fiumi e scavati nuovi canali per l’irrigazione, bonificati i luoghi paludosi e resi produttivi quelli incolti. Venezia poi, per legare maggiormente a sé le popolazioni rurali, garantì loro una elevata valutazione dei prodotti agricoli, di cui aveva assoluto bisogno, facendoli convergere attraverso le vie d’acqua e di terra ai propri mercati, rivendicando a sé la prerogativa di stabilire i prezzi e monopolizzando in questo modo i commerci con la terraferma entro un rigido sistema protezionistico.
Non altrettanto positivi furono, per lo sviluppo dell’economia locale, i successivi governi francese e austriaco, fino a quando, nel 1866, l’intero Veneto fu annesso al Regno d’Italia.

Dal 1940 al 1948, il comune di Barbarano, insieme a quelli confinanti di Villaga e Mossano, formavano un unico comune, come ricorda lo stemma di epoca fascista recante in alto il fascio littorio su banda rossa, al centro gli stemmi dei tre comuni (rispettivamente Mossano, Barbarano, Villaga, vedi foto) e in basso la scritta recitante le parole latine “ex tribus unum” (“di tre uno solo”). 
Una curiosità, che pochi conoscono, fa risalire la nascita del primo sanatorio in Italia contro la tubercolosi proprio sulle colline del castello di Barbarano, grazie all’opera del grande medico italiano Achille De Giovanni (1838-1916) e alla figura del cavalier Adelchi Carampin (1859-1932). Nato a Barbarano nel 1859, fu per un quarantennio medico condotto del centro berico e tra i più convinti sostenitori, nel 1902, dell’iniziativa per la cura della tubercolosi, mettendo a disposizione del professor De Giovanni l’area su cui venne costruita la “Colonia Achille De Giovanni”. Nel 1914 donò l’area di via Borgo, su cui il principe Alberto Giovanelli fece costruire l’ambulatorio medico e ancora, nel 1930, il terreno retrostante l’ambulatorio perché qui venisse edificato un dispensario antitubercolare. Alla sua morte, avvenuta nel 1932, beneficiarono con lasciti di vario genere molti enti assistenziali, tra cui la Società Operaia di Mutuo Soccorso di Barbarano, Mossano e Villaga, di cui per molti anni aveva ricoperto la carica di presidente.

Fonti bibliografiche

  • “Con noi lungo le vie e i sentieri di Barbarano Vicentino”, Amministrazione Comunale di barbarano Vicentino, Tipografia L’Alba Cooperativa Sociale, 1995.
  • “Barbarano Vicentino: territorio, civiltà e immagini”, a cura di Ermenegildo Reato, Emilio Garon e Alberto Girardi, Vicenza, La Serenissima, 1999, vol. 2.