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Villa Godi-Marinoni

Villa Godi-Marinoni

Numerosi documenti lasciano supporre che, nel luogo dove oggi sorge la villa, vi fossero consistenti preesistenze medievali: quella era infatti l’area occupata dal castello feudale dei vescovi-conti di Vicenza fino all’inizio del XIV secolo. Abitata da discendenti della famiglia Godi già dal 1316, la proprietà detta del “Castellaro della villa di Barbarano” nel 1432 viene donata dal vescovo Pietro Miani, a titolo di feudo, al notaio e scrittore vicentino Antonio Godi. In seguito, la villa divenne proprietà dei Godi, fatta eccezione per un periodo in cui ne fu proprietario Bartolomeo Barbarano. Sappiamo che nel 1640 era già stata ereditata da Girolamo Godi, il cui suocero era Odorico Capra, committente della famosa “Rotonda” del Palladio. Agli inizi del Settecento, Massimiliano Godi acquistò le proprietà intorno alla villa e commissionò nel 1716 vari lavori di ristrutturazione, durante i quali fu costruito, per concessione del vescovo, l’oratorio destinato a San Gaetano Thiene (1708-1709). Testimonianze di eventi costruttivi antichi rimangono nei barbacani e nello spessore dei muri perimetrali sul lato meridionale della villa, in alcuni punti grossi più di due metri, ma la facciata settentrionale rimane la più antica e la più architettonicamente significativa. I pilastri dell’accesso ovest sono in pietra di Nanto (quello di destra porta un’epigrafe datata 1683), mentre la barchessa ha un impianto in stile quattrocentesco. All’interno della villa, l’entrata e il piano superiore sono ricoperti da un pregevole pavimento settecentesco in terrazzo veneziano. L’elegante parco (progetto forse di Antonio Francesco Muttoni) è diviso in livelli: il giardino superiore a est, la cedraia e la serra a sud, il boschetto a sud-est e il brolo rettangolare a sud-ovest, dietro l’oratorio, dove si possono notare anche alcuni maestosi e secolari ippocastani. Da più di un secolo tutta la proprietà appartiene alla famiglia Marinoni.

Oratorio di San Gaetano

Oratorio di San Gaetano

L’oratorio, in stile settecentesco, presenta sul timpano tre statue acroteriali: al centro Cristo benedicente con in mano la sfera crociata, a destra San Giovanni Evangelista con ai piedi l’aquila, il libro aperto in mano e il calice con il serpente e, a sinistra, San Giuseppe con la verga fiorita. L’interno, ad un’unica ala, presenta elementi artistici di pregio: l’altare con l’elaborato tabernacolo in pietra intarsiata sostiene la statua benedicente di San Gaetano, fondatore dell’ordine dei Teatini, piuttosto diffuso nell’area del vicentino. L’elemento di maggior spicco dell’altare è però costituito dal raffinato paliotto, a tarsie marmoree policrome incorniciate da stucchi, che reca al centro la croce dei Teatini e che viene concluso alle due estremità da angeli reggimensola che si volgono verso il santo in atteggiamento di gaudio. Ai lati del presbiterio, si possono notare le statue di San Francesco a sinistra, e a destra quelle di Sant’Antonio e della Madonna dei Sette Dolori, scultura lignea dorata della fine del Quattrocento, rimaneggiata però nel XIX secolo. Le pareti della navata rappresentano una Via Crucis settecentesca. Le due campane della torre campanaria hanno storie diverse: una fu fusa dalla fonderia vicentina De Maria nel 1702, l’altra fu donata dalla famiglia Marinoni alla comunità di Barbarano alla fine della seconda guerra mondiale. Il meccanismo dell’orologio è con ogni probabilità della prima metà del ‘500 e scandisce le dodici ore in quattro parti.

Villa Sangiantofetti-Pedrina-Rigon

Villa Sangiantofetti-Pedrina-Rigon

Attestata fin dal 1544 come una proprietà della famiglia Traverso, la villa fu soggetta a diverse modifiche e ampliamenti nel corso dei secoli. Dopo i Traverso fu proprietà dei nobili veneziani Molin, i quali, il 28 settembre 1776, vendettero la proprietà ad un altro nobile veneziano, Benedetto Tofetti (o Sangiatofetti). All’inizio dell’Ottocento la villa con tutti gli annessi fu acquistata da Bartolomeo Breganzato e poi, per via ereditaria, passò alla famiglia Pedrina fino a giungere, nel 1963, alla famiglia Rigon, attuale proprietaria. Il pianterreno, con le cornici delle aperture marcate da bugne in pietra di Nanto, denota un’appartenenza alla seconda metà del Cinquecento o, al più, all’inizio del Seicento. Al secolo successivo risale invece il piano superiore. L’interno della villa è impreziosito dal salone centrale con il soffitto a travature, arricchite da decorazioni pittoriche cinquecentesche. Sul lato meridionale, la villa guarda su un articolato giardino, ornato un tempo da statue e concluso da una peschiera, divisa al centro da un ponticello e alimentata dall’acqua di una roggia proveniente da Monticello. Interessante è anche il complesso degli annessi rustici che si snoda a “L”, a partire dal lato orientale.

Oratorio del Ss. Redentore

Oratorio del Ss. Redentore

Il complesso architettonico, oltre a comprendere la casa padronale, il giardino, la barchessa e la colombara, comprende anche l’oratorio dedicato al Redentore. Fatto edificare fra il 1665 e il 1685 da Francesco Molin, presenta la facciata rivolta verso la strada. Il timpano è ornato di acroteri e due nicchie con le statue di San Giovanni e di Sant’Agostino fiancheggiano l’elegante portale d’ingresso. All’interno della cappella degno di nota è il soffitto, decorato da ricche cornici che denunciano uno spiccato gusto veneziano.

Villa Carampin

Villa Carampin

La famiglia Carampin dovette arrivare a Barbarano nel XVI secolo, e qui erano attivi nel commercio della seta. La ricchezza e il potere della famiglia accrebbe con il tempo, e furono acquistati nuovi terreni. La proprietà, tuttora appartenente alla famiglia Carampin, sorge nell’area che in periodo medievale era occupata dal castello di Barbarano, come testimoniano le tracce di strutture fortilizie presenti nei sotterranei, ora adibiti a cantine. Del periodo quattrocentesco e pre-rinascimentale della villa rimane il segno nel portale d’ingresso che incerniera il cancello. Delle varie ristrutturazioni compiute nel corso degli anni rimangono altri elementi databili: il prospetto nord-orientale, che si affaccia sulla valle, è costruito e si presenta con molti caratteri rinascimentali, a cominciare dalle due ampie finestre balaustrate e delimitate in alto da una cimasa, ai lati del portale. Probabilmente cinquecentesca è la porzione centrale del prospetto a mezzogiorno che comprende la porta principale, incorniciata da stipiti ed architrave e completata in alto da una cimasa a pensilina, in pietra di Nanto. All’interno l’edificio si articola attorno ad un salone centrale ripristinato nella sua versione cinquecentesca dal recente restauro, dove si conserva anche un elegante caminetto rinascimentale. Già dalla fine del XVIII secolo, questa villa (come villa Pozza e villa De Vecchi) venne denominata “il Serraglio”, per via delle numerose costruzioni di servizio che racchiudono la corte antistante la facciata; tra queste si distinguono, nella loro antica funzione, la stalla, la barchessa e la casa del boaro, oltre che una struttura che si presume fosse parte di una tezza o di una serra che, allungandosi sull’aia, ne completava la funzionalità d’uso.

Villa De Vecchi

Villa De Vecchi

La villa sorge un po’ appartata nel centro storico del paese, in quella che un tempo era chiamata contrà Bragli. Nonostante l’edificio dimostri un’origine ben più antica, il documento più antico che ne testimonia la presenza risale al 1687, quando Zaccaria Rosso e suo fratello, nella denuncia d’estimo, dichiarano di essere succeduti nella proprietà della villa del signor Zuanne Minio. Successivamente la villa venne venduta alla famiglia Biolo, e nel corso dell’Ottocento ne divenne proprietario il nobile Leopoldo Salvi. Per via ereditaria pervenne poi alla famiglia De Vecchi, attuale proprietaria. Il carattere più originale e interessante della facciata è dato dalla sua parte mediana, dove la presenza di aperture di diversa forma e dimensione, con cornici, cimase e fastigio triangolare in pietra di Nanto, sviluppa un gioco movimentato di pieni e di vuoti. L’assetto precedente alle modifiche operate in epoca tardo ottocentesca e nel Novecento è riferibile all’epoca rinascimentale, e presentava, al piano nobile, una porta-finestra con balcone ed una, con balaustra, al piano superiore. Alcune incongruenze costruttive ingiustificate lasciano supporre che la villa sia sorta da un primo nucleo costruttivo, forse anche più antico di quello cinquecentesco, magari relativo ad una struttura più ridotta in pianta ma più elevata in altezza, attorno alla quale, più tardi, si fosse aggiunto un corpo di fabbricato più ampio. La forma attuale, assieme a certi arredi interni come i caminetti e le cornici delle porte e dell’arco della scala interna sarebbero comunque prodotto cinquecentesco.

Villa Pozza e Oratorio dei Santi Valentino e Francesco

Villa Pozza e Oratorio dei Santi Valentino e Francesco

La famiglia Piccoli, proveniente da Udine, nella seconda metà del Seicento si trasferì a Vicenza. All’inizio del 1695 Angelo Piccoli chiese il permesso alla curia vicentina di erigere una chiesetta dedicata ai Santi Francesco e Valentino, ma come testimonia una lapide murata sulla facciata dell’edificio, solo nel 1706 i lavori di costruzione furono completati. Nel 1862 gli eredi Piccoli si trasferirono in Lombardia e vendettero la villa alla famiglia Pozza, attuale proprietaria. La casa sorge lungo la via provinciale che conduce al centro di Barbarano, e sembra fosse presente ben due secoli prima della testimonianza documentaria del tardo Seicento. Le varie ristrutturazioni susseguitesi nei secoli non permettono di attribuire all’impianto architettonico una precisa coerenza stilistica, sebbene la villa mantenga nel suo insieme una certa originalità ed una eleganza semplice e riservata.
L’oratorio è situato nell’angolo sud-est della tenuta e si affaccia sulla strada. All’interno del timpano della facciata è collocata una decorazione di “monti all’italiana” e, al di sopra di esso, una cartella in pietra, rovinata nella parte centrale, contiene l’epigrafe dedicatoria e la data 1706. Il doppio spiovente del timpano accoglie l’elegante stemma gentilizio della famiglia Piccoli sormontato da un cimitero. Concludono la facciata tre statue acroteriali: al centro la Vergine, a destra San Valentino e a sinistra Sant’Antonio, purtroppo acefalo pare per opera di un soldato tedesco che la decapitò a colpi di proiettile nel corso dell’ultimo conflitto mondiale. L’interno ospita sulla parete nord i dipinti di Cristo e della Vergine del pittore romano Marco Ricci (Roma 1937-1994), che idealmente riuniti rappresentano la Deposizione della Croce. Sopra l’altare era presente una pala centinata settecentesca, opera del vicentino Mario Albanese, che rappresenta Cristo sullo sfondo di un paesaggio nel quale sono riconoscibili Barbarano e i suoi dintorni con il convento di San Pancrazio. Tale opera è situata da due secoli nella Chiesa di Santa Maria Assunta, al centro della parete di sinistra della navata.

Villa Bogoni A Ponte Di Barbarano

Villa Bogoni A Ponte Di Barbarano

La villa deve essere stata costruita nelle forme attuali nella seconda metà del Settecento per volontà del proprietario Silvestro Breganzato, anche se la tenuta è già denunciata nel 1687: metà dell’edificio e degli annessi era di proprietà di Gasparo Homeneto, l’altra porzione la possedeva Antonio Picenini. In un periodo successivo la famiglia Picenini rilevò l’intera proprietà. La famiglia Breganzato ne risultava proprietaria nel 1793 e la tenne fino a dopo il 1850. passò poi alla famiglia Bodoni e di seguito ai Cusin, fino ad arrivare agli attuali proprietari, la famiglia Pagliarusco. Come per la poco lontana villa Meggiolaro, anche questa abitazione si affaccia con il suo fianco est sulla statale Riviera Berica. I piloni rimodernati sui quali è fissato il cancello in ferro conservano ancora in discrete condizioni i rinfianchi modanati a cartoccio in pietra di Nanto del tardo Settecento. L’impostazione generale degli spazi, organizzati attorno ad un vano principale passante, è tipica di molte abitazioni dominicali quattro e cinquecentesche presenti nel territorio vicentino, e questo fa supporre un preesistente edificio antecedente il XVIII secolo. Una costruzione contigua alla barchessa e della medesima altezza rivela la presenza di un forno secolare, probabilmente non intaccato dalle continue variazioni portate dai vari restauri.

Villa Meggiolaro

Villa Meggiolaro

Situata a ponte di Barbarano, lungo la Riviera Berica, la villa sorge accanto a villa Bogoni. Nella metà del XVII secolo era di proprietà dei conti Bissari ed è probabile che sia stata proprio questa famiglia a costruirla. Annesso alla proprietà vi era anche l’oratorio pubblico di Santa Maria Maddalena, che venne demolito nel 1802. Dal 1785 fino almeno al 1850 la villa restò in possesso della famiglia Grandi e nel 1950 venne infine venduta agli attuali proprietari, la famiglia Meggiolaro. L’impianto architettonico della villa, per la sua semplicità modulare e strutturale, ha fatto supporre che un momento costruttivo potesse essere avvenuto attorno alla metà del XVI secolo per opera del vicentino Francesco Oliviera. All’interno, sopra le tre porte della sala a sud-ovest si notano alcune cornici in stucco che contenevano dipinti plausibilmente riferibili allo stile pittore barocco Costantino Pasqualotto (detto “il Costantini”), particolarmente attivo nel territorio vicentino tra il 1704 e il 1735. In uno dei locali ricavati tra la barchessa e l’abitazione padronale è ancora presente un grazioso caminetto della seconda metà del Cinquecento. Come si potrà notare, la villa ha subito numerosi lavori per esigenze abitative.

Villa Bogoni a Barbarano

Villa Bogoni a Barbarano

Nella seconda metà del Seicento la villa era di proprietà della famiglia Biolo, divisa in due abitazioni in cui vivevano i fratelli Iseppo e Francesco. Quando Iseppo morì, a ereditare tutta la proprietà fu il solo Francesco, che fece restaurare, ampliare ed abbellire una delle abitazioni (che divenne casa padronale), e utilizzò l’altra come casa da bracciante. Alla fine del Settecento ne era proprietario Silvestro Breganzato, in seguito il palazzo passò alla famiglia Romano e l’abitazione venne divisa nuovamente a metà fra i due fratelli Gaspare e Sebastiano. Dopo essere stata acquisita dalla famiglia Bodoni e di seguito dai Cusin, da circa vent’anni la villa è di proprietà delle famiglie Fogarolo e Redetti. La tenuta, che la toponomastica attuale cita come il “palazzetto”, sorge alla fine di una piccola discesa da cui prende origine via Canova. L’attuale edificio è costruito secondo stilemi settecenteschi, ma è possibile che la costruzione precedente sia del tardo Seicento. La facciata meridionale e l’unica delle quattro che conservi tutta l’eleganza del “secolo dei lumi”. Accanto all’attuale accesso al piano nobile, che si apre a sud, sotto il portico della barchessa, vi è l’ampio portone centinato, ornato da una lunetta in cui compare un dipinto a tempera, che reca la data 1879, rappresenta la Beata Vergine della Salute affiancata da due santi. Sia l’entrata al viale che conduce alla villa, sia quella che immette alla corte dove si trova la barchessa conservano ancora, quasi intatte, le due coppie di colonne tuscaniche con il fusto in pietra di Nanto sulle quali erano incernierati i cancelli.

Villa Testa-Sinigaglia (Ca’ Barziza) e Oratorio Dei Santi Cristoforo e Antonio Da Padova

Villa Testa-Sinigaglia (Ca’ Barziza) e Oratorio Dei Santi Cristoforo e Antonio Da Padova

In contrà Rampezzana sorge questa villa, detta anche Ca’ Barziza. Costruita verso la metà del XVII secolo dal nobiluomo Giovanni Maria Marchesini, che aveva acquistato da diversi proprietari alcune possessioni chiamate “Le Feriane”, “Trenta Monache”, “Il Brollo Avanti Casa” e “Le Vesine”, che comprendevano sia campi sia appezzamenti di terreno coltivati a vigneti e alberi da frutto. I successivi proprietari della villa furono Giovan Battista Rosa, la famiglia Barziza, la famiglia Testa ed infine la famiglia Sinigaglia, attuale proprietaria. L’edificio presenta la sua ricchezza nella facciata a mezzogiorno, offrendo una notevole, quanto inaspettata, scenografia barocca. Nel timpano una meridiana e, a conclusione del fastigio triangolare, tre figure femminili: quella al vertice stringe al seno un bambino, e simboleggia la Carità; quella a destra si posa su quanto rimane di un’ancora, ed è allegoria della Speranza; quella di sinistra aggrappata alla parte bassa dell’asta di una croce ora perduta, è allegoria della Fede. Davanti alla villa troviamo l’ampio sélese con la sua pavimentazione a quadrati di cotto: uno dei pochi della zona sopravissuti in relativa integrità. Ai lati, le barchesse con la loro funzione di deposito per attrezzi agricoli, stalla, scuderia, terminano con le “colombare”.
Annesso alla villa vi è l’oratorio dei santi Cristoforo e Antonio da Padova ultimato nel dicembre del 1661 e benedetto il 12 giugno 1662. Sulla sommità della facciata tre statue: al centro il Redentore, a destra Sant’Antonio e a sinistra San Cristoforo. L’altare, che colpisce per la sua magnificenza e monumentalità, è una sostituzione fatta nel 1664 “per interessamento di Fabiano, canonico regolare”, come riportato dall’iscrizione su marmo nero posta sopra l’altare stesso. Al centro dell’altare una grande tela del 1661 o 1664 rappresenta la Vergine con il Bambino che guarda benevolmente verso un enorme San Cristoforo, accanto al quale sta Sant’Antonio. Nell’arca di marmo posta sopra la mensa dell’altare giacciono, all’interno di un’urna sigillata, alcune reliquie di San Cesario, arcivescovo di Arles che morì nel 542 d.C.

Villa Traverso-Pedrina

Villa Traverso-Pedrina

La villa apparteneva anticamente alla nobile famiglia Traverso, già proprietaria di villa Ghiotto e trasferitasi dal castello di Barbarano per difendere meglio i diritti feudali che vantava. La proprietà viene nominata per la prima volta nella denuncia d’estimo del 1544, ma forse l’edificio ospitò prima una comunità conventuale di monaci. In seguito passò alla famiglia Sesso, attraverso il matrimonio di Paola Traverso con Costantino Sesso, per poi divenire nuovamente, a metà del XIX secolo, proprietà dei Traverso. La villa, che sorge ai piedi del colle Monticello, conserva forme architettoniche che attestano che il primo evento costruttivo risaliva almeno al Cinquecento. Un’interessante struttura esterna, connessa alla villa e che un po’ disturba la bella finestra settecentesca, è una specie di torretta cilindrica in mattoni, forse il “servizio” della camera da letto o la colombara. Su sette pilastri si allunga la barchessa, oggi completamente restaurata, adibita un tempo a stalla e ad uso dei domestici, come dimostra la modesta casetta che sorge a pochi metri. Alcune leggende, non confortate da documenti storici, tramandano che le cantine di questa casa fossero parte di una rete di camminamenti nascosti e protetti collegati con altri luoghi ed edifici vicini. Davanti alla facciata meridionale, adiacente alla via pubblica, vi era una sorgente di acqua termale, oggi prosciugata.

Villa Ghiotto

Villa Ghiotto

Anch’essa viene nominata per la prima volta nella denuncia d’estimo del 1544, poiché era proprietà della famiglia Traverso. La villa fu sicuramente oggetto di ristrutturazioni e ampliamenti fino a corrispondere alla descrizione contenuta nel registro d’estimo del 1793, nel quale si parla anche di un oratorio, che era la chiesa dedicata ai Santi Leonzio e Carpoforo. Sappiamo che vicino all’oratorio vi era però una chiesa più antica, soggetta alla Pieve di Barbarano, e che entrambi gli edifici religiosi erano proprietà della famiglia Traverso. Dei due edifici religiosi non rimangono tracce almeno dalla fine dell’Ottocento, quando proprietaria divenne la famiglia Ghiotto. Attualmente la proprietà giace molto appartata, quasi nascosta da due strutture moderne, la prima delle quali è una grande e bella residenza ottocentesca, mentre la seconda è un’alta tettoia, sostenuta da travi in cemento per il ricovero di attrezzi e macchinari agricoli. Sulla villa originale, edificata in età gotica, vennero a più riprese eseguiti interventi tardo quattrocenteschi. La loggia tardo settecentesca costituisce l’elemento caratterizzante di tutta la villa, a cominciare dalla sua inusuale collocazione all’estremità sinistra della facciata.